La Latta del Bardo

   Archivio di Michele Mari, il bardo di Volta Mantovana .
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giovedì, 29 novembre 2007
 

Altrui dischi di un certo valore Vol. 7

Guccini è il primo che ho frequentato con passione. Poi sono venuti gli altri, anche quelli più grandi di lui. Guccini è nostro, e questo lo rende grande. Non offre le sue opere come saggi: le offre come canzoni per gli amici, racconte le sue storie, racconta le sue impressioni.
E' Radici l'album più importante, perchè ci sono sopra sei capolavori. Tralasciando Radici, che è bella ma non grande, il barbuto ti infila l'epica Locomotiva, la familiare Piccola Città, la medievale Canzone dei dodici mesi, la rabbiosa Canzone della bambina portoghese, la malinconica Incontro e la crepuscolare Il vecchio e il bambino.
Vi sfido a trovare di meglio.
Vi chiedo se quelle canzoni non siamo noi, che le cantiamo a memoria, che le suoniamo a memoria, che le citiamo a memoria.
Vi chiedo se quelle canzoni non sono nostre, se qualcosa ci appartiene di più di alzare il pugno sulla Locomotiva anche se non lo si farebbe per nessun motivo, se la via Emilia non è la nostra, se Gennaio non è silenzioso e lieve, se qualcuno viene qui e ci dice di sapere già ogni legge delle cose, se ci piaccion le fiabe.
La locomotiva è un romanzo raccontanto in 8 minuti, pochi per un romanzo, molti per una canzone. Però è l'inizio del novecento e tutte le lotte di tutto il secolo condensato in cinque accordi, ed è per questo che al concerto si alza il pugno anche se il comunismo è morto e rimorto: siamo tutti macchinisti in cerca di giustizia, esasperati al punto di cercare di andare contro un altro treno.
Piccola città è il mio piccolo paese, tutte le strofe dicono qualcosa che mi appartiene, come anche la Bambina portoghese.
Poi c'è Incontro, di cui ho già parlato mesi fa ed è una delle canzoni più belle di sempre (su Youtube c'è una versione per sola chitarra con un Guccini magro imperdibile).
E c'è il resto che è tutto Guccini in un disco.
Siamo noi in un disco.


venerdì, 05 ottobre 2007
 

Altrui dischi di un certo valore Vol. 6

Cohen io lo amo tantissimo. Da ragazzetto era il mio preferito e molte cose che ho scritto sono influenzate da lui. Leonard Cohen, l'ebreo errante alla ricerca frenetica del bello, perso nella sua inadeguatezza, orgoglioso di essere un perdente, uno sconfitto, un rifugiato, un eremita. Un Beatiful Loser. Uno che il suo primo disco l'ha fatto a trent'anni perchè era timidissimo e non voleva farsi vedere, finché un giorno sente Bob Dylan e decide che anche lui poteva cantare. Uno che ha imparato a suonare la chitarra da uno spagnolo che si suicida. Uno che ha perso la sua mezza età a sperimentare LSD e a vivere da reietto in una stanza squallida di un hotel da cantanti di bassa lega, senza mai vendere troppi dischi in America, ma scrivendo almeno 2 o 3 delle canzoni fondamentali del novecento, che saranno al massimo sette, per poi chiudersi in un monastero zen per dieci anni facendosi chiamare "il silenzioso". Un cantante senza voce, con un timbro caldo ma senza estensione, pochissima inventiva melodica, scarsa vena chitarristica. Un poeta prestato alla canzone, perchè era nato così, non aveva scelta, perchè ventisette angeli dall'aldilà l'hanno chiuso nella torre della canzone, e lui si sente tutta la notte Hank Williams tossire. Uno che ha suonato al festival di Wight dopo Jimy Hendrix, alle due di notte, con la sua chitarra scordata davanti a duecentomila giovani, vestito con un loden e cantando Suzanne. Suzanne! avere il coraggio di cantarla dopo che se ne è sceso Jimy Hendrix! Suzanne fa Mi La Si Sol#m. E basta. Ma dice tutto. Uno che ha cantato, strafatto di tutto, tutto un suo disco con la testa fuori dal finestrino di un treno. Uno che ha scritto Hallelujah, che dice:
I did my best, it wasn't much
i couldn't feel so I tried to touch
I've told the truth, I didn't come to fool you
And even though
It all went wrong
I'll stand before the Lord of Song
With nothing on my tongue but Hallelujah

E uno che ha scritto "New Skin for the old Ceremony". Un album incredibile: parte con i fantasmi che perseguitano le coppi scoppiate (You were the father of the modern medicine/i was Rin Tin Tin), poi c'è un pezzo come Chelsea Hotel #2, una di quelle 2 o 3 canzoni di cui sopra. Tre accordi, un arpeggino anonimo. Ma dentro tutta una carica di mezzi rimpianti, mezza commiserazione per i nostri poveri amori, mezzo sprezzo di sè e del mondo, che quando sembra dire "va bè!" (e lo dice, però così:
I don't mean to suggest that I loved you the best,
I can't keep track of each fallen robin.
I remember you well in the Chelsea Hotel,
that's all, I don't even think of you that often.
chiaro?), attacca col pezzo dopo, l'uro disperato: Lover lover lover lover come back to me! Fammi ripartire da capo. Stavolta voglio una faccia bella e uno spirito calmo! Figliolo, sei tu che hai costruito il tuo tempio.
Una meraviglia.
Field Commander Cohen è un altro capolavoro, un piccolo compianto sul proprio inutile ruolo nel mondo che è a stento utile a se stessi, poi viene Why don't you try (serve l'amore o no, al buon Cohen?), la arrabiata e sarcastica There is a war, poi un paio di pezzi minori. C'è, poco prima della fine, Who by Fire. Who by fire....
who by fire?

Eh, che devo fare, io?

E' disarmante.


mercoledì, 08 agosto 2007
 

Altrui dischi di un certo valore, Vol. 5

A me Vecchioni io non lo sopporto.

E' arrogante, supponente, altezzoso.

Io gli preferisco Guccini, che è umile, o De Gregori che se ne sta zitto. Vecchioni crede di essere il più grande. Il problema è che a momenti ha ragione, perché ha scritto cose meravigliose.

E ha fatto un album che mi consuma. Si chiama Samarcanda.


La canzone che fece scoprire al grande pubblico il Prof. Vecchioni è uno dei pochi successi commerciali che corrispondono ad un certo valore artistico. E che valore! "Samarcanda" è un gioiello della musica italiana, un testo bello e curato (pensate solo alla consonanza di R in tutta la prima strofa). Per non parlare del violino di Branduardi, del grido "oh, oh cavallo!" e di tutte le altre cose che si possono dire. "Samarcanda" è un pezzo di storia.

"Samarcanda", l'album, è altrettanto un capolavoro. Poetico, ma è una poesia che viene prima del vecchionismo puro, cioè quelle canzoni dense di aggettivi desueti e citazioni iperletterarie. Si concede sprazzi di ironia (la spiritosa "Vaudeville") e scorci cinematografici. "Due giornate fiorentine" è straordinaria e anche qui si gioca fra l'ironia e la malinconia (Pomeriggio da solo in un po' troppa Toscana/ho pensato ma brava, va bè, ho pensato puttana", "Le mie tasche eran piene di varie ed eventuali/ma i miei giorni con te stati tutti uguali") e quella geniale trovata della parentesi della surreale sosta al distributore della Chevron ne fanno una perla rara della canzone. Il divertissement pascoliano del prof. Vecchioni di "Blu(e) notte" è pregevolissimo: un testo recitato (di mirabile valore) e il coro gospel che canta su un blues "X agosto" del poeta delle "Myricae". La gradevole "Per un vecchio bambino" e la bella ma vittima di un arrangiamento fuori luogo "Canzone per Sergio" fanno da prologo a quanto di meglio si trovi nel canzoniere di Vecchioni: "L'ultimo spettacolo", una struggente riflessione sull'abbandono ed il distacco, cantata e orchestrata divinamente. Sette minuti sul filo della tensione emotiva, delle parole che sembrano strozzate dal pianto (senza quel patetismo dei primi dischi) e viaggiano su toni altissimi.
"Samarcanda" dura quaranta minuti o poco meno. Sono dei bei quaranta minuti.



domenica, 01 luglio 2007
 

Altrui dischi di un certo valore Vol. 4

 

Signori, Bob Dylan: da lui si parte, a lui si ritorna. Se nella prima uscita di questa rubrica ho parlato di The Freewheelin' del 62, ora dirò di Blood on the tracks, 1975.
Non è che poi ci sia da dire molto.
“Blood on the tracks” è un’equazione. È presto detto: Bob Dylan è il più grande e questo è il suo album migliore. Di conseguenza questo è il più bell’album della storia della musica. “Rolling stone”, nota rivista, dice che è il quattordicesimo, e che altri due di Bob Dylan sono quinto e sesto. Invece, secondo i voti dei fan su internet, dei critici e di De Gregori è proprio “Blood on the tracks”, 1975, il migliore. Da notare che l’album fu registrato due volte, la prima a Settembre del 1974, a New York, tutto acustico, con la chitarra accordata in tonalità Mi aperto (il che significa che suonando le corde vuote si produce l’accordo di Mi maggiore). Questa tecnica offre poche possibilità: ragionevolmente, si usano solo gli accordi del giro armonico di Mi maggiore, e registrare tutto un disco così, seppure con svariate variazioni, risulta monotono. Così alcune canzoni furono ri-registrate sotto Natale in Minnesota con la band.
Traduco di seguito le note introduttive a “Blood on the tracks” scritte da Eyolf Ostrem sul sito www.dylanchords.com (un sito con tutti gli accordi e i testi, da visitare):
 “Blood on the Tracks”è il miglior album di Dylan. Altri potrebbero dire che“Blonde on Blonde”, “Highway 61 Revisited” o perfino “Destre” sono i suoi album migliori, ma si sbagliano. “Blood on the Tracks”è anche il miglior album di Dylan nella sua versione pubblicata. Altri potrebbero dire che se avesse lasciato le canzoni come le aveva registrate a Settembre del 1974, sarebbe stato un album molto migliore, e le canzoni registrate sotto Natale, con dei musicisti locali del Minnesota sono molto inferiori, sia a livello di testo che di musica, delle versioni newyorkesi, più intense. Si sbagliano. Nel confronto singolo tra le versioni, l’unica migliore nella versione originale è "If You See Her, Say Hello". In ogni caso le singole canzoni sono un conto, un album un’altro: confrontiamo. Da una parte si ha un album che esordisce col mai sorpassato capolavoro “Tangled up in Blue”, eseguito con la stessa inquieta, sicura intensità che il testo rivela, continua con il dramma notturno di "Simple Twist" e la dolceamara tenerezza di "You're a Big Girl Now" (quale tra queste è la migliore canzone di Dylan?), la rabbia di "Idiot Wind", all’apparenza mitigata dal lirismo di "You're Gonna Make Me Lonesome" (all’apparenza perchè il lirismo del fiume pigro e dei capelli cremisi ricompongo il dolore dell’inevitabile perdita di tutto ciò, poiché Dylan era appena stato lasciato dalla moglie); poi uno squisito blues (“Meet me in the morning”); un’ironica sceneggiatura Western (“Lily, Rosemary and the Jack of Hearts”); accurato riordinamento di cose passate, poste in un futuro distante(“If you see her, say hello”); il mito della salvezza (“Shelter from the storm”); lo Zen in un secchio (“Buckets of rain”): in fondo un riflesso caleidoscopico di amore e perdita in dieci momenti. D’alla parte, si hanno dieci canzoni, tutte piuttosto lente, principalmente combattute tra amarezza e tristezza, tutte nella stessa tonalità aperta con gli stessi tre o quattro accordi, dove il costante scampanellio del Mi cantino aperto e del Si, ti fanno ammattire dopo un po’. Io so che album preferisco.
Probabilmente “Blood on the Tracks” non ha avuto la stessa eco, la stessa influenza degli altri LP citati. Ma su un disco di dieci canzoni ci sono almeno quattro capolavori assoluti, da contemplare fra le dieci migliori canzoni di Dylan. La maestosa e geniale “Tangled up in Blue”, la cui fenomenale versione definitiva salverà un Live mediocre quale “Real Live”, e comunque vitale in tutte le sue versioni, la strepitosa e poeticissima “Simple twist of fate”, la graffiante e rabbiosa “Idiot Wind” e la magistrale, nonché miglior brano di Dylan in assoluto, “Shelter from the storm”. Tutte queste verranno ripescate nei Live con risultati da brividi (penso solo alle ultime due citate su “Hard Rain”). E gli altri pezzi non sono da meno. La bella “You’re a big girl now” paga lo scotto del verso infelice del “corkscrew to my heart”, “cavatappi nel cuore”, che in Italia, paese di poeti, santi e sommelier, fa sorridere, ma il resto è ottimo. “You’re gonna make me lonesome” è molto bella, “Meet me in the morning” si lascia ascoltare, “Lily, Rosemary and the Jack of Hearts” è un altro capolavoro, “If you see her say hello” dà i brividi, ma è meglio nella versione delle “Bootleg series vol.1-3”, “Buckets of rain” è bellissima anche chitarristicamente parlando. La voce convince su tutto l’album, l’accompagnamento è ben amalgamato e bilanciato. Le versioni newyorkesi si possono reperire su “Biograph” e “The bootleg series vol 2-3”. C’è anche un out-take, su “Biograph”, escluso dal disco perché molto simile a “Shelter from the storm”, si intitola “Up to me”, e, manco a dirlo, è un capolavoro, all’altezza degli altri. I testi sono di nuovo quelli del Dylan ispirato che mancava da anni, ci si prepara per la “Rolling Thunder Revue”, la mitica tournèe del ’75-’76. Dylan vive un’inquietudine interiore (dovuta in maggior parte all’imminenza del divorzio da Sara) che lo snerva ma dà la scossa che mancava alla sua creatività. In definitiva, il 75-76, dopo ’65-’66, è il secondo periodo di Zimmy in stato di grazia, il vertice viene raggiunto una seconda volta e non sarà l’ultima (caso unico, credo, nella storia della musica). Il risultato è un capolavoro immortale.


lunedì, 21 maggio 2007
 

altrui dischi di un certo valore Vol. 3

Davide van de Sfroos non è olandese. E' di Como, e il cognome d'arte significa "vanno di frodo". Canta in dialetto tremezzino, cioè del lago di Como, parlata di facile intelligibilità in tutta la Padania. Scrive testi di grande spessore che l'uso del dialetto non relega in una sfera "umile", anzi. L'uso del dialetto permette al Davide di sfruttare le potenzialità dello stesso senza scadere nel folklorico, creando invece rare e straordianarie suggestioni linguistiche. Ha pubblicato ad oggi cinque dischi e un DVD. Iniziò a metà anni novanta su sonorità folk, un po' modenacityrambleristiche, per virare decisamente verso il blues. Racconta storie e leggende, crea una pletora di personaggi che popolano il lago ed ha un grande gusto narrativo e poetico. Il disco migliore per avvicinarlo si chiama "Breva e Tivàn", che sono due venti del lago di Como. La fauna da bar e balera domina i primi due pezzi, molto orecchiabili e straordinariamente simpatici: poi il disco si impenna in qualità nascono perle come "La balada del Genesio", "Pulenta e galena fregia", "Ninna nanna del contrabbandiere" e la stessa title-track. Per una recensione completa rimando a questo sito

http://debaser.it/recensionidb/ID_5932/Davide_Van_de_Sfroos_Br_E8va_e_Tivan.htm


domenica, 29 aprile 2007
 

altrui dischi di un certo valore II

Sono venuto su coi vinile di De André. C'erano quelli in casa, quelli oppure dei gran dischi jazz. Il jazz non aveva le parole e allora non lo imparavo a memoria. Mica bello. De André era tutto così bello, così ordinato, così bravo, così divertente: amavo quei pezzi potenti dei primi tempi, come Carlo Martello, Bocca di Rosa, Il Pescatore, La ballata dell'amore cieco. Un giorno, visto che mi piaceva, misi sul piatto del giradischi, avrò avuto sette otto anni, La buona novella, solo che mi pareva così lento che pensai di aver sbagliato qualcosa, allora girai la manopola della velocità su 45 giri anzichè 33. Mi sono ascoltato un lato a velocità doppia. Non mi era piaciuto. Mi piaceva invece a velocità normale Non al denaro non all'amore nè al cielo.

Io a dieci anni non avevo letto l'antologia di Spoon River, non capivo quasi niente, non capivo cosa volesse dire "uccisa in un bordello dalle carezze di un animale", pensavo che l'avesse mangiata un rottweiler, però aveva un suono così inquietante, poi così arioso (come il finale del malato di cuore), poi così ballabile (un matto), che mi piacque subito. Anni dopo iniziai a rendermi conto delle cose e quello è il mio disco preferito di De André. Devo a lui un certo modo di manipolare i testi letterari, fatte, per cristo, le debite proporzioni. Le immagini che crea De André sono inarrivabili, nascondersi con sintassi un po' contorte, cercare l'effetto senza essere barocco, la ricerca della fonte e la variazione sul tema ("e il mi cuore le restò sulle labbra") e la costruzione di un significato che va oltre la narrazione e oltre il testo originale (il blasfemo) sono quelle cose che lo hanno reso così grande, e sono quei doni che condivide col Dylan ispirato e forse con Cohen oltre che coi grandi poeti. Lo invidio. Senza starvi a spiegare un disco così noto, vi dico le cose più straordinarie, siano o non siano opera della mano di De André: l'introduzione alla Collina e la canzone tutta, Un giudice con quel finale incredibile, Un Malato di cuore con quel coretto a metà tra la vita e l'amore e la morte, Il chimico e L'ottico, così allucinate nella loro costruzione e che secondo me vanno assimilate più di quanto non appaia formalmente (provate a chiedervi perchè), e poi Jones, che lascia senza parole, e ci mancherebbe altro.


sabato, 14 aprile 2007
 

altrui dischi di un certo valore I

Nuova decisione: senza scadenze fisse, creerò un elenco di dischi il cui ascolto ha avuto una certa influenza su di me, senza la pretesa di farne una recensione.

Non potevo non partire dal fulcro, dal punto di partenza della musica come la conosciamo oggi. Parlo chiaramente di Bob Dylan, e nello specifico del suo "The Freewheeling Bob Dylan". Conobbi Bob Dylan una notte d'estate quando per televisione sentii "Like a Rolling Stone", con i sottotitoli. Non c'è uomo che resti indifferente davanti ad un pezzo di questo genere. Trovai in casa delle cassette di Bob e mi misi ad ascoltarle.

The Freewheeling Bob Dylan - 1963

La cassetta che avevo iniziava con due brani del primo album, "Bob Dylan", che mi servirono a capire cosa avevo di fronte: un ragazzetto con una voce sfrigolante e una chitarra zappata. Poi comincia "Blowin' in the wind", canzone che conoscevo già ma in altre versioni: questa sua veste scarna, con solo l'armonica, mi pareva così sconsolata e così consolante, tanto senza risposta quanto essa stessa risposta. Forse solo "Dio è morto" riesce ad essere così bifronte, con la sua ultima strofa carica di speranza ("Ma penso..."). E in questo "Blowin' in the wind" la batte: sono solo domande e l'ammissione che queste non hanno risposte, eppure è diventato inno dei movimenti, dei cambiamenti, della speranza. Come può un testo senza speranze trasmetterne così tante? Penso di essere stato inconsciamente influenzato da questo brano, che non ho mai ritenuto un capolavoro assoluto nonostante sia il pezzo più importante della storia, e di aver spesso scritto cose tristi per dirne di felici. Bob Dylan a ruota libera cambiava subito registro e passava all'intimo lirismo di "Girl from the north country", per poi estrarre uno dei pezzi più paurosi che esistano, vale a dire l'ossessiva, martellante e cattivissima "Masters of war". E' un pezzo sanguinoso, di unghie, di denti, di grida. Diretto, accusatorio, chiaro. Si chiude con: "And I'll stand o'er your grave 'till I'm sure that you're dead" e penso che non sia mai esistito nulla di simile nella storia della musica, eccetto qualche canto di guerra come (unico pezzo che gli si avvicina in carica ed emotività) "Gorizia, tu sei maledetta". Saltando i due pezzi inutili che stanno dopo "Masters" si arriva ad un altro caposaldo della letteratura musicale: "A hard rain's a-gonna fall", lunghissima ballata di immagini di disperazione, tipica dello stile dilanesco, che crea una meraviglia di suoni e luoghi di assoluta grandezza. Ci sarebbe da scrivere un libro su ogni verso di "Hard rain". Poi l'atmosfera si distende, e ci sono due meravigliosi pezzi intimisti quali "Don't think twice" e "Bob Dylan's dream", il secondo dei quali ho sempre amato molto per l'enorme quantitativo di nostalgia condensato in quei versi. L'album se ne scivola leggero verso la fine con pezzi di gran spessore, dopo averti squartato con la sua prima metà. Dubito che esista un altro album con così tanti pezzi che hanno fatto la storia. Poi magari mi sbaglio, ma la mia storia l'hanno fatta senz'altro, e avessi un euro per ogni volta che ho cantato queste canzoni sarei ricco come Bob Dylan. Probabilmente è il genere cui mi ispiro di più quando scrivo, quando metto insieme gli accordi, quando curo un linea di basso, quando smusso un verso, quando metto un po' di ironia, un ritornello. Arrivando purtroppo a un livello non confrontabile.